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Stazione e fortezza di Tašovice 

La località è stata dichiarata riserva archeologica nel 1958, ed è l’unica a vantare questo riconoscimento nella regione di Karlovy Vary. Situata alla periferia di Tašovice, è facilmente raggiungibile da via Slovanská, nei pressi del terminale degli autobus (linea n. 10).

La fortezza dal lato sudorientale – I primissimi insediamenti dell’uomo di Neanderthal nella zona di Karlovy Vary risalgono alla prima fase dell’Età della Pietra. L’unica testimonianza della presenza dell’uomo di Neanderthal è un frammento di pietra quarzifera molto logorato, proveniente da un nucleo a disco ritrovato nella località policulturale di Tašovice, che per la forma e le caratteristiche tecniche di lavorazione sembra essere un manufatto di tipo levalloisiano-mousteriano.

I ritrovamenti di Tašovice sono importanti anche perché furono scoperti, elaborati e riutilizzati dall’uomo del Mesolitico. Dopo rare e isolate tracce di insediamento, il territorio della nostra regione iniziò ad essere abitato per la prima volta in modo più continuativo durante il Mesolitico (il periodo intermedio dell’Età della Pietra). Dalle informazioni disponibili risulta che i rilievi rocciosi e i promontori sul fiume Ohře furono occupati da sette insediamenti compresi tra Tašovice e Všeborovice. Si tratta delle stazioni indicate lungo il corso del fiume di Tašovice I, Tašovice II, Dvory, Rybáře I, Rybáře II, Bohatice e Všeborovice. I ritrovamenti della zona di Karlovy Vary rientrano nel cosiddetto gruppo pedemontano dei Monti Metalliferi.

L’insediamento mesolitico meglio studiato è la stazione di Tašovice I - Starý Loket. Le indagini in loco furono condotte da František Prošek dell’Istituto Archeologico dell’Accademia delle Scienze Cecoslovacca nel 1949 e nel 1950. Furono scoperti i resti di due abitazioni, due fosse interconnesse profonde 60 – 70 cm dalle dimensioni di 400 x 300 e 350 x 300 cm, recanti le tracce di pali appuntiti conficcati lungo il perimetro (con un diametro di 6 - 22 cm ed una profondità di 10 - 30 cm). Nell’ingresso comune di entrambe le parti concave delle abitazioni, la cui struttura superiore era sostenuta da pali verticali conficcati nel terreno, si trovavano due focolari leggermente incavati, separati dagli spazi abitativi interni da pareti divisorie e corridoi d’ingresso.

Una collezione relativamente ricca di circa 4.000 esemplari dell’industria litica (lame, schegge, rasiere, ceselli e strumenti di pietra minori, lavorati con particolare cura, spesso con disegni geometrici - la cosiddetta industria litica microlitica) fornisce un quadro generale degli strumenti di produzione dei cacciatori del Mesolitico e della loro cronologia, provenienti sia da Tašovice che dagli altri insediamenti, che purtroppo non ci hanno fornito indicazioni altrettanto dettagliate. Nella stessa località è testimoniata la presenza di popolazioni slave nei dintorni di Karlovy Vary già nel IX secolo.

La fortezza fu interessata da scavi più sistematici per la prima volta nel 1911, grazie al contributo di Josef Knett, il quale trovò dei pali carbonizzati. La sua attività fu continuata nel 1925 da Anton Bergmann, che confermò la presenza di pali carbonizzati nel vallo e consegnò al locale museo di Loket la ceramica e gli strumenti di pietra focaia rinvenuti. In quello stesso anno, agli scavi di Bergmann si associarono quelli di Anton Gnirs. L’interesse per la località continuò nel 1940, quando i lavori condotti da Hermann Schroller portarono alla luce ricche quantità di ceramica, particolarmente slava, e prodotti dell’industria della pietra focaia.

Nel 1948 – 1950 la fortezza di Tašovice fu oggetto di ulteriori studi da parte dell’Istituto Archeologico Statale, sotto la guida di František Prošek e successivamente di Antonín Knor. Nel corso di alcune indagini aventi come oggetto un’abitazione del Mesolitico, František Prošek scoprì i resti di una palafitta slava che occupava lo spazio superiore delle costruzioni dell’insediamento mesolitico.

I resti dell’edificio furono scoperti su una superficie di 350 x 300 cm ed erano riconoscibili nella forma di travi carbonizzate. Della struttura si sono preservate solo le pareti nord e ovest con gli angoli in cui l’edificio era leggermente infossato. La struttura si è mantenuta ad una bassa profondità solo grazie al fatto che il terreno della fortezza probabilmente non fu mai arato.

L’angolo nordoccidentale è quello che si è meglio preservato. Alla trave più bassa, collocata all’incirca in direzione est-ovest, si collegava una trave sistemata in direzione nord-sud, su cui si trovavano i resti di un’altra trave, anch’essa collocata in direzione est-ovest. Nell’angolo le travi erano incrociate e si sovrapponevano per 10-20 cm. L’angolo non presentava tracce di pali. Lo spazio interno conteneva diversi frammenti di travi, probabilmente appartenenti alla struttura distrutta. I resti delle travi in legno di abete avevano uno spessore di 5-10 cm. All’interno della struttura fu trovata una fossa a forma di calderone. Non sono state trovate fosse con pali, per cui si può ipotizzare che si trattasse di una palafitta, come comprovano anche i resti delle travi ritrovati.

La costruzione, leggermente infossata nel terreno, fu costruita su un leggero pendio. La ceramica slava delle fortezze ritrovata all’interno dell’edificio fa pensare che i resti della palafitta risalgano al X secolo. Nel 1949 Antonín Knor scavò intorno alla parte nordest del vallo. Dai ritrovamenti risulta che la costruzione dell’originario muro di cinta coincise con lo scavo del fossato. La terra del fossato fu utilizzata per riempire il nucleo interno del muro, ma essendo insufficiente fu prelevato anche lo strato superficiale oltre le mura all’interno della fortezza, circostanza che portò alla creazione di un canale ampio e poco profondo.

Il muro fu costruito sulla superficie originaria. La parte frontale era composta da un’intelaiatura di sostegno orizzontale in legno chiusa da due colonne. Anche il retro presentava un’intelaiatura simile, sostenuta da colonne singole che si alternavano all’interno e all’esterno del muro. Le colonne esterne si ergevano contro la coppia di colonne della parte frontale ed erano collegate da un muretto divisorio. L’interno del muro era pieno di argilla e rinforzato con fitte griglie di legno. L’intelaiatura di sostegno delle pareti era isolata dall’interno mediante un sottile strato di pietra tra i singoli muretti divisori, caricando anche i bordi del nucleo interno con le griglie di legno. Sostanzialmente si tratta di un sistema di camere con i lati di circa 250 cm. Dalla cubatura del vallo si può stimare un’altezza massima del muro di 350 – 400 cm.

La ceramica risale al massimo alla metà del X secolo, quando la fortezza scomparve. Dagli indizi disponibili emerge che la fortezza ebbe vita breve, scomparve in maniera violenta, visto che la facciata di pietra del muro di cinta fu distrutta fino alle fondamenta. Le sue modeste dimensioni fanno pensare che fosse un punto di appoggio a difesa della zona in cui l’Ohře emerge dalla stretta vallata compresa tra i monti Metalliferi e la Foresta di Slavkov e si dirige verso il bacino di Karlovy Vary. Durante il Romanticismo del XIX secolo la zona fu chiamata Starý Loket (Antica Loket), in quanto per la sua ubicazione questo insediamento era percepito come il precursore del futuro castello di Loket.

Tuttavia, oggi sappiamo che tale ipotesi e l’identificazione della località con lo storico Sedlec non hanno fondamenti storici. Il sito si trova su un pronunciato promontorio roccioso lungo il quale il fiume Ohře forma una curva a 90°, e dopo aver superato la stretta valle rocciosa si dirige verso il bacino di Karlovy Vary. Del periodo slavo si è preservato l’ampio sistema di valli. Il nucleo interno della fortezza fu ampliato con un recinto esterno, danneggiato nel XIX secolo dalle attività di estrazione a cielo aperto di carbone di scarsa qualità – lignite. In quello stesso periodo subì danni anche il nucleo interno della fortezza, in conseguenza dell’apertura di una cava granitica a cielo aperto.